Inutile nasconderlo: con l’avvento della LIV e la cancellazione dei WGC (World Golf Championship) negli ultimi anni soltanto i Major riescono a offrire quelle emozioni che una volta regalavano molti più tornei semplicemente perché i campioni giocavano tutti insieme, negli stessi campi, negli stessi appuntamenti e negli stessi circuiti.
È chiaro che non ogni settimana può essere vibrante come lo è stato ad Augusta nel 2025 con la splendida vittoria di Rory McIlroy. Esistono ovviamente edizioni memorabili, capaci di tenere lo spettatore incollato allo schermo fino all’ultima buca, ed edizioni meno avvincenti, come l’Open Championship di quest’anno dominato da Scottie Scheffler: una prova di solidità tecnica mostruosa, ma dal finale scontato già dopo il terzo giro.
Io vivo di golf, il golf è il mio lavoro, commento i Major e il DP World Tour, ma prima ancora è la mia passione.
Proprio per questo, al di là delle esigenze professionali, non perdo neppure un torneo del PGA Tour e purtroppo non riesco a digerire questo boccone amaro: da quando la LIV ha attratto grandi nomi come DeChambeau, Bubba Watson, Dustin Johnson e Jon Rahm…, da quando non ci sono piu i WGC e, ultimo ma non ultimo, da quando il DP World assegna dieci carte d’accesso al PGA Tour, i tornei risultano inevitabilmente frammentati.
Certo, per i giocatori i benefici sono stati evidenti: i guadagni si sono moltiplicati, le opportunità si sono diversificate. Ma per il pubblico il risultato è stato l’opposto: oggi i campioni li vediamo raramente nello stesso torneo.
Il golf, rispetto al tennis, ha molte più variabili e per assistere a un grande duello domenicale, un leaderboard pieno di stelle, è necessario averne in campo almeno venti o venticinque e questo oggi succede quasi solo nei Major. Per questo credo sia arrivato il momento che i vari circuiti trovino un accordo: altrimenti continueremo a perdere la magia che ha reso grande questo sport.
C’è in me ovviamente il tecnico, quello che si appassiona a scoprire nuovi talenti come Martin Couvra, Ángel Ayora o Eugenio Chacarra, ragazzi che probabilmente rivedremo presto protagonisti anche in Ryder Cup. Questo lato mi consente di non annoiarmi mai e di restare attaccato al teleschermo anche quando i giganti non ci sono. Ma, onestamente il fatto che i grandi campioni non si sfidino più con continuità, settimana dopo settimana, mi lascia un vuoto dentro.
Non voglio sembrare nostalgico o “vecchio”: so bene che il tempo passa, che Dustin Johnson, Sergio Garcia o Bubba Watson non hanno più venticinque anni, e che i loro trionfi nei Major appartengono a qualche stagione fa. Ma il golf moderno permette una longevità sportiva che non esisteva in passato. E sono convinto che se questi giocatori avessero potuto sfidarsi regolarmente, i loro risultati attuali sarebbero stati diversi e li troveremmo ancora ai vertici delle classifiche.
Ho l’impressione che il pubblico – e io con lui – ha perso il brivido dei grandi duelli settimanali. E senza quei duelli, il golf rischia di smarrire proprio la sua dimensione più affascinante: la sfida tra giganti.
Urge un tour mondiale!








