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Intervista esclusiva a Gaia Zonchello:”Non abbiate paura, inseguite i vostri obiettivi”

Cristiano Peconi di Cristiano Peconi
14 Febbraio 2025
in Golf Femminile, Interviste Golf
Tempo di lettura: 6 min

Prima donna in assoluto a diventare arbitro ufficiale del Dp World Tour, prima ed unica donna ad aver arbitrato la Ryder Cup 2023 a Roma.

 Essere arbitro sul DP World Tour è un traguardo significativo. Ci puoi raccontare come hai iniziato la tua carriera e cosa ti ha avvicinato a questo ruolo nel golf?

 La mia carriera è iniziata tantissimi anni fa, quando ancora non sapevo cosa volessi fare del mio futuro. Al Golf Nazionale ho iniziato la scuola nazionale di golf che forma un po’ gli addetti ai lavori, e finita la scuola ho mandato qualche curriculum, tra cui anche al Dp World Tour. Poco dopo, a 21 anni, mi hanno risposto un paio di circoli di golf, e la prima esperienza è stata in un circolo di golf della Toscana. Mi occupavo di tutta la parte sportiva, quindi preparavo un campo da golf, se c’era bisogno di marcare il campo piuttosto che fare i risultati, le partenze ecc.. Dopo un paio di anni mi è stata fatta una proposta qui a Roma, al Parco di Roma, e sono tornata perché avevo un po’ voglia di tornare a casa. Dopo neanche un mese, mi ha telefonato il mio attuale capo, e mi ha detto se ero ancora interessata a lavorare per il Tour. Avevo 24 anni, sono andata a fare un colloquio a Londra e mi hanno proposto di viaggiare per il mondo e seguire il Tour. Ho cominciato a lavorare come Tournament Office Manager, cioè segretaria di torneo. Dopo diversi anni, questo lavoro mi cominciava a stare un po’ stretto, e il mio capo se ne accorse. Cosi nel 2018 mi ha proposto di diventare arbitro. La cosa mi interessava, perché vedevo un qualcosa di nuovo, e quindi ho ripreso in mano i libri e nel 2019, insieme ai miei colleghi già arbitri, dove c’è stato un cambio delle regole, ho fatto un corso di aggiornamento che mi è piaciuto tantissimo, quindi li ho detto al mio capo, sì vorrei fare l’esame! Dopo un mese mi hanno confermato che sarei stata io la prima donna arbitro sul tour europeo.

 Quali sono le sfide più frequenti e quelle più inaspettate che incontri in qualità di arbitro durante i tornei del DP World Tour?

 Essere un arbitro è un ruolo che va ben oltre l’immagine tradizionale di chi “dà le regole”. Il lavoro dell’arbitro di golf è suddiviso principalmente in due ambiti: la gestione della velocità di gioco (circa il 70% del lavoro) e la gestione delle situazioni regolamentari (il restante 30%). Una delle principali responsabilità dell’arbitro è garantire che il gioco proceda a un ritmo adeguato. Questo aspetto richiede sia fermezza che tatto, poiché i giocatori possono non gradire di essere cronometrati. Esistono regole precise per chi supera i tempi consentiti, prima infrazione: viene assegnato un avvertimento (bad time), seconda infrazione nello stesso torneo: scatta una penalità di un colpo, infrazioni successive: si aggiungono ulteriori penalità, con sanzioni che possono estendersi a livello di torneo o stagione. Queste misure sono necessarie per evitare che un round di golf diventi interminabile, arrivando a durare anche 7 ore. Inoltre, il lavoro dell’arbitro contribuisce a mantenere il giusto equilibrio nella preparazione del campo. Ad esempio, in giornate ventose, i green non possono essere troppo veloci, mentre in caso di pioggia o vento contrario, si cerca di semplificare il percorso per mantenere il gioco scorrevole, senza renderlo né troppo facile né ingiocabile. A volte si tratta di situazioni semplici, come decidere dove droppare la palla su una strada, altre volte si presentano casi decisamente più insoliti. Un esempio recente è stato quello di una pallina che è finita dietro la schiena di uno spettatore seduto: un episodio curioso che ha richiesto creatività nella gestione. Le situazioni più difficili, però, emergono quando le regole non lasciano margine di manovra. Ad esempio, un colpo perfetto che termina in una vecchia zolla al centro del fairway non consente al giocatore di piazzare la palla, obbligandolo a giocarla com’è. Questi sono momenti delicati, in cui l’arbitro può essere percepito come “severo”, anche se si tratta semplicemente di applicare le regole.

Come è cambiato il ruolo dell’arbitro negli ultimi anni, e che impatto ha avuto l’uso della tecnologia nel supportare le tue decisioni sul campo?

Nonostante la mia esperienza di cinque anni e sei stagioni nel ruolo di arbitro, mi considero ancora all’inizio del percorso rispetto ai colleghi con trent’anni di carriera. Tuttavia, ciò che ho notato in questi anni è quanto la tecnologia abbia trasformato il nostro lavoro, rendendolo più efficace e strutturato. Uno degli aspetti fondamentali che la tecnologia ha rivoluzionato è la gestione della velocità di gioco. Oggi disponiamo di strumenti che ci permettono di monitorare in tempo reale la posizione e il ritmo di ogni gruppo in campo. Possiamo capire rapidamente dove si trova un problema: ad esempio, se un gruppo è in ritardo di 10 minuti rispetto al tempo standard, ma anche quello precedente è simile, significa che il ritardo è generalizzato. Al contrario, se il gruppo davanti è solo un minuto sopra il tempo previsto, allora è evidente che c’è un “buco” da risolvere. Tutto questo avviene grazie a un’app installata sui nostri dispositivi, indispensabile soprattutto nelle competizioni più piccole, dove il numero di arbitri è ridotto e gli strumenti digitali diventano i nostri occhi e orecchie sul campo. Tutte queste informazioni poi vengono registrate e diventano utili per analisi post-gara, rispondendo a eventuali lamentele dei giocatori. Un altro aspetto importante è la formazione tramite video. Produciamo contenuti per spiegare le regole ai giocatori e condividiamo le esperienze tra arbitri. Inoltre, creiamo statistiche dettagliate, registrando ogni cronometraggio e intervento sul campo. Questi dati ci permettono di migliorare la gestione delle gare future: ad esempio, se sappiamo che alla buca 9 di un determinato campo ci sono stati frequenti ritardi, l’anno successivo possiamo pianificare interventi per ridurre i problemi in quell’area. Oggi, grazie a piattaforme come Teams, tutti gli arbitri condividono i report delle situazioni affrontate durante le gare. Questo aggiornamento continuo era impensabile solo cinque anni fa. Ora possiamo consultare un archivio di casi, come rotture di bastoni (sempre più frequenti a causa dei materiali leggeri), e trattare situazioni simili in modo coerente. Devo dire che la tecnologia è diventata uno strumento indispensabile per migliorare ogni aspetto del nostro lavoro.

Essere una delle poche donne a ricoprire questo ruolo nel DP World Tour è un risultato straordinario. Credi che il mondo del golf stia evolvendo verso una maggiore inclusività per le donne, anche nelle carriere tecniche come quella arbitrale?

A livello nazionale e internazionale, posso dire di aver avuto il privilegio di vivere esperienze uniche nella mia carriera. Arbitrando la Ryder Cup, sono stata, ad oggi, l’unica donna a farlo. È stato un traguardo personale importante, ma anche un segnale di come il ruolo femminile stia evolvendo nel mondo dello sport. Credo fermamente che le donne possano offrire una prospettiva diversa, un valore aggiunto che arricchisce l’intero sistema. La mia esperienza personale è stata quella di un’inclusione straordinaria: lavorando in un team misto, non ho mai percepito una differenza sostanziale tra me e i miei colleghi uomini. Anzi, spesso mi è stato detto che la mia presenza ha portato una “boccata d’aria fresca” e una visione innovativa su alcuni aspetti. Questo, per me, rappresenta il vero valore dell’inclusione: contribuire a cambiamenti positivi. Forse nel passato, le donne nello sport ricoprivano ruoli marginali, spesso limitati a compiti amministrativi o di supporto. Oggi, però, le cose stanno cambiando, si stanno aprendo sempre più opportunità concrete, e non solo per “seguire una moda”, ma per un reale riconoscimento delle competenze. Nel mio caso, il percorso non è stato privo di sfide. Prima di diventare arbitro, c’era già stata una candidatura femminile che però non aveva superato la selezione per ragioni meramente tecniche. Quando è arrivata la mia occasione, ho potuto far valere un’esperienza di 18 anni nel tour, la conoscenza diretta dei giocatori e una certa capacità di gestire situazioni complesse. Ricordo ancora il mio primo ruling con Justin Rose durante l’Open d’Italia: dirgli che doveva tornare indietro a droppare, facendo un colpo di 40 metri, non è stato semplice. Serve personalità, indipendentemente dal fatto di essere uomo o donna. Oltre alla tecnica, chi lavora in questo ambito, sia come arbitro che in ruoli direttivi, deve avere la capacità di mantenere la propria autorità, anche in situazioni difficili, come può accadere nei circoli con soci esigenti o giocatori sotto pressione. Il golf, come tutti gli sport, può portare a momenti di tensione, e il nostro ruolo è quello di gestirli con professionalità e fermezza. Oggi, però, vedo un cambiamento significativo: le donne sono più consapevoli delle loro possibilità e meno timorose di esplorare nuovi percorsi. Quando ho iniziato io, non immaginavo neppure che diventare arbitro fosse un’opzione, perché non avevo modelli di riferimento. Ora, mi impegno attivamente come mentore per incoraggiare le ragazze a uscire dalla loro comfort zone. Non esistono limiti: puoi diventare commentatrice, giornalista, fisioterapista, coach o, come me, arbitro. Le opportunità ci sono, basta avere il coraggio di coglierle. Spero che questo cambiamento continui e si rafforzi, perché la diversità non è solo un’opportunità, ma una risorsa essenziale per lo sport e per la società.

 

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