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Home Interviste Golf

Intervista esclusiva a Tommaso Perrino, CT della Squadra Nazionale Paralimpica italiana di golf

Claudia Janneth Baquero di Claudia Janneth Baquero
20 Dicembre 2023
in Interviste Golf
Tempo di lettura: 10 min

Abbiamo avuto il privilegio di intervistare in esclusiva per Golf-Magazine il Commissario Tecnico della Squadra Nazionale Paralimpica Maschile e Femminile italiana di golf, Tommaso Perrino. Lo abbiamo contattato al suo rientro dalla Florida dopo aver vinto l’ISPS Handa All-Abilities Competition at World Champions Cup, sul campo del Concession Golf Club, a Brandenton. Insieme all’irlandese Brendan Lawlor e allo spagnolo Juan Postigo Arce, i suoi compagni di Team Europe, ha vinto con 92 punti, superando il Team International e il Team USA. Con lui abbiamo parlato della sua vita, della sua carriera sportiva, della situazione del golf paralimpico in Italia e del futuro. Livornese, di 39 anni, quinto nel ranking mondiale, Tommaso Perrino è il protagonista assoluto degli ultimi anni del golf paralimpico italiano.

A qual età ha cominciato a interessarsi al golf? Chi è stato a introdurla al gioco?

Ho iniziato a giocare a golf a 12 anni perché mio zio e mio papà già giocavano. Mio cugino, che ha la mia stessa età, ha iniziato a 8 anni.

Lei è stato campione nella categoria U16, poi purtroppo a 17 anni ha avuto un terribile incidente. Essendo un ragazzo così giovane, chi le è stato più vicino? Quali tratti del suo carattere considera l’abbiano aiutata di più a superare quel momento difficile?

Le persone che mi sono state vicine dopo l’incidente sono state tante, tra cui ovviamente la mia ex ragazza dell’epoca. E poi i miei genitori, durante tutto il periodo di degenza in ospedale e a casa si sono sempre succeduti nello starmi vicino, dormendo con me tutti i giorni. Poi, da quando sono rientrato, ci sono stati tutti i miei amici, soprattutto Simone Esahni che è il mio migliore amico ed è sempre stato con me. Anche perché io poi poco dopo, diciamo da quando sono tornato autosufficiente, sono andato a vivere da solo nel giardino di casa. Mio padre ce l’avevo di fronte ma ognuno di loro due aveva un nuovo compagno e io dovevo fare per conto mio. Infatti, io ho sempre cucinato, mi sono sempre fatto tutto da solo e dall’età di vent’anni ho poco più sono sempre stato anche autosufficiente economicamente

Il vedere i problemi come sfide aiuta molto ad affrontarli con pensiero competitivo. Non sentirsi vittima ma eroe della propria storia ha un ruolo fondamentale nel definire chi siamo e chi vogliamo essere. Come è stata per Lei la scelta di diventare professionista e che aspettative aveva in quel momento? Aveva un idolo, un modello da seguire?

La mia voglia di vivere e lottare e prenderla come una sfida che non potevo perdere, dentro di me sapevo da sempre, che era il golf. Non ho mai fatto vittimismo e la mia voglia di competere mi ha sempre dato la forza per andare avanti. Ovviamente avevo subito capito che la carriera da giocatore era finita ma mi ritengo veramente fortunato di aver potuto fare il maestro, che era comunque un modo per non abbandonare quel mondo che si chiamava golf e ne fui felice di poterlo fare. Si, avevo un idolo. Seguivo poco il golf in tv perché sono sempre stato molto concentrato su me stesso però fra i tanti Mark O’Meara era un modello per me da seguire e poi ovviamente Tiger Woods.

Si ricorda com’è stata la prima volta che è andato a St. Andrews?

Certo. A St. Andrews sono stato più volte. La prima ebbi la fortuna di essere stato convocato dalla Federazione a un supercorso dove facevano parte i migliori nazionali dell’anno, quelli che avevano brillato di più. E in quell’anno, ovviamente, c’erano con me i fratelli Molinari che erano i miei ex compagni di squadra.

Lei ha un ruolo importantissimo per il mondo del golf e per la disabilità essendo il primo golfer con disabilità che ha partecipato all’Open. Come è stata quell’esperienza? Crede che sarebbe possibile poter organizzare delle gare dove si trovino insieme entrambe le categorie senza distinzioni?

L’esperienza dell’Open d’Italia è stata un’esperienza incredibile, vissuta con mio cugino che mi fece da caddy. Lui per me, da sempre, è stato come un fratello. Ero entusiasta di voler dimostrare al mondo che nella vita nulla è impossibile. Riuscire a dare merito a Franco Chimenti non sfigurando come gioco, per l’occasione che mi aveva dato, era una delle cose per me più importanti. Anche se sapevo che il pochissimo preavviso, di quasi una settimana, era veramente poco per presentarmi pronto a quell’evento, facendo fino a quel tempo il maestro e basta, non essendo quindi allenato. Ma la forza che avevo dentro mi fece fare una grande prestazione e dimostrai che un disabile era riuscito a stare vicino ai grandi. Le parole di Franco (Chimenti*) alla conferenza stampa rimarranno con me per tutta la vita: “con Tommaso è vittoria”, me lo ricorderò per sempre.

Organizzare gare insieme nel tempo, forse sì perché il livello del G4D (Golf for the Disabled*) si sta alzando di anno in anno e sempre di più. Anche se, purtroppo, le nostre limitazioni fisiche non ci permettono o non ci rendono possibile di avere una lunghezza adeguata ai campi costruiti per questi campioni e quindi sarebbe difficile per noi poter eccellere però, mai dire mai e vediamo come le cose si evolvono.

Il mondo della disabilità viene molte volte guardato come una categoria non in grado di battersi con gli atleti considerati “normodotati”. Sarebbe utile cambiare il modo in cui vengono definiti gli atleti con disabilità. Per la medicina attuale, la disabilità è soltanto una caratteristica del proprio funzionamento e non una barriera ma il linguaggio utilizzato influisce sull’inclusione. Lei nel suo operato come Commissario Tecnico della Squadra Nazionale Paralimpica Maschile e Femminile italiana, quali iniziative ha potuto osservare in altri paesi riguardo al modo in cui vengono trattati gli atleti paralimpici che ritiene possano essere implementate anche in Italia?

No, non vedo una grande differenziazione nel modo in cui vengono visti i disabili nelle varie nazioni. È solo che in Italia il golf ha poca visibilità perché non è uno sport popolare come il calcio.

In Italia il golf è ancora poco diffuso e ancora di meno nel mondo della disabilità. Come si potrebbe, secondo Lei, migliorare questa situazione? Quali iniziative converrebbe promuovere per migliorare la diffusione del golf in Italia?

Migliorare la vedo difficile finché il golf non diventa più popolare. Ci sono pochi giocatori. Poi, per la nostra categoria, l’avere pochi giocatori riduce di molto le possibilità di avere tra di loro giocatori con disabilità che siano forti. Il golf è uno sport nel quale è difficile diventare molto bravi se non si inizia da piccoli. Dovrebbe esserci, secondo me, un cambiamento politico e di visione del golf come sport non elitario, come invece adesso viene percepito dalla gente.

Lei fa anche il capo allenatore del Cosmopolitan Golf & Country Club in Toscana, il club in cui è cresciuto praticando questo sport. Altri atleti paralimpici come è il caso di Kipp Popert, hanno implementato Academy specialmente dedicate ai bambini e ragazzi con disabilità. In Italia c’è già qualche realtà simile? Si. Noi in Italia ci proviamo con ambasciatori regionali che abbiamo promosso con, appunto, Matteo Delpodio, (Direttore Tecnico FIG). Loro vanno nelle scuole, nelle piazze, ma forse dovrebbe partire tutto dalle fondazioni, dagli ospedali e dagli enti come l’INPS.

Da febbraio del 2022, Lei partecipa al DP World Tour per l’inclusività nel golf, che si rivolge ai principali giocatori con classifica lorda del World Ranking for Golfers with a Disability e sul G4D affiancato da Angelo Colussi, Riccardo Bianciardi e Luisa Ceola. Come sta vivendo questa nuova esperienza di partecipazione ai tornei internazionali? Si può vivere di sport essendo un professionista paralimpico?

Per me l’EDGA (European Disabled Golf Association*) e poi il G4D sono state le realtà che hanno riacceso il mio sogno di giocare, di mettermi in gioco e di poter competere. Vivere di questo è estremamente difficile in quanto in Italia, non esistendo quasi agenti che gestiscono giocatori di golf, non ci sono procuratori che gestiscano giocatori di golf paralimpici. Siamo troppo all’inizio e solo grazie alle conoscenze e alle occasioni date della vita possono arrivare gli sponsor, come è stato fortunatamente per me. Io conto sul supporto delle aziende Pharmanutra e Skin4passion che, come loro amico, hanno scommesso su di me in quanto campione paralimpico vincente e hanno voluto la mia immagine per rappresentarle. Pharmanutra, nello specifico Cetilar, è un’azienda che fa nutraceutica mentre Skin4passion è un’azienda che produce prodotti per la skincare. Un’altra azienda a cui ringrazio è Castelfalfi, splendido resort a 5 stelle. Sono gratto a tutte per sponsorizzarmi e per avermi scelto come testimonial. Ringrazio anche il Cosmopolitan perché mi permette di allenarmi, di insegnare e di partecipare alle gare.

Quest’anno Lei ha partecipato nel Team Pavin all’All Star match della Ryder Cup. Quali sono state le sue emozioni e i momenti più belli? Cosa ci può raccontare dei suoi compagni di gare, specialmente dal giovane Kipp Popert?

La Ryder Cup è stato come vivere un sogno a occhi aperti. I momenti più toccanti sono stati sicuramente il tee della uno dove avevo più di 15.000 persone a guardarmi, a urlare, a fare il tifo per noi. Viverla con il mio maestro Maurizio Ravinetto è stato ancora più toccante perché vederlo piangere più di una volta dall’emozione per me è stato forse il secondo momento più toccante. Approfitto per ringraziare il mio maestro e ringrazio ancora il Cosmopolitan. Il condividere giorni con star come Carlos Sainz, Djokovic, Sheva, Bale, Fioravanti e gli altri e poterci parlare e sentirmi gratificato da loro è stato veramente il terzo momento più importante. Kipp è un amico vero ed è stato bellissimo poter condividere con lui questa esperienza. Ci siamo goduti ogni momento di quella settimana insieme, dentro e fuori dal campo.

Qual è finora l’esperienza professionale più importante nella sua carriera?

Le mie esperienze più importanti sono state le vittorie del campionato Under 16, il primo Open d’Italia per normodotati, la vittoria in Irlanda del G4D all’ISPS Handa Invitational, la vittoria all’europeo disabile insieme al coach della nazionale Stefano Bertola che faceva il tifo per me e mi faceva da caddy e la Ryder Cup, ovviamente. E ora la vittoria della World Cup, avendo come caddy il mio amico Gaddo Toccafondi e giocando per il team Europa con gli amici Brendan Lawlor e Juan Postigo che comunque sono due grandi campioni è stato veramente il massimo. Svegliarci insieme, cantare Sweet Carolina per darci la forza, andare a cena tutti insieme, eravamo veramente il team più affiatato di tutti e questa è stata la chiave di volta sicuramente per andare a vincere.

Qual è il suo campo da golf preferito e perché?

Il mio campo preferito è Galgorm in Irlanda perché sono riuscito a dominarlo e a gestire una vittoria con facilità. Il più bello forse quello della World Cup, il Concession, campo veramente difficile con il green forse fra i più difficili mai giocati nella mia vita.

Qual è stata finora la competizione che le ha fatto vivere le emozioni più forti?

Emozionante? il primo Open d’Italia, la Ryder Cup e ora la World Cup.

Per il 2024 ci saranno importanti novità nel G4D Tour allineate ai parametri degli sport paralimpici. Per la prima volta ci saranno competizioni non solo sul punteggio lordo, ma anche sul punteggio netto; in ogni torneo giocheranno otto golfisti e due golfiste, la scelta verrà fatta sulla base del piazzamento nel ranking mondiale per golfisti con disabilità WR4GD; si giocheranno otto tornei in cinque paesi diversi, e per la prima volta si giocherà al Magical Kenya Open. Insomma, sarà uno sforzo notevole anche dal punto di vista economico. Come atleta paralimpico, come funziona la sponsorizzazione? Se un ragazzo con disabilità volesse entrare nel mondo del golf e diventare golfista professionista di cosa dovrebbe tener conto riguardo questo aspetto? Come è il mondo della sponsorizzazione nella dimensione Paralimpica?

Dal punto di vista economico è sicuramente per noi uno sforzo ma è incomparabile con la felicità, la gioia e l’orgoglio di giocare questi eventi, di poter far parte di un mondo che mi era stato tolto e poter rivivere queste emozioni che per me ormai non esistevano più è il massimo e non ha prezzo.

Tony Bennett, Presidente dell’EDGA, ha dichiarato: “Nell’ambito del G4D (Golf for Disabled) si tratta sempre di raggiungere il massimo del proprio potenziale e questo richiede l’esecuzione di un complesso mix di abilità fisiche, sensoriali, cognitive ed emotive. Tutti i golfisti G4D hanno limitazioni quantificabili in uno o più di questi fattori, e lavorano duramente per esprimere comunque un buon golf. Lo scopo delle modifiche al G4D Tour è proprio quello di dimostrare che il golf è un gioco per tutti e, qualunque sia la sfida che ogni singolo giocatore deve affrontare, tutti hanno l’opportunità di partecipare”. In quest’ottica, il sistema di handicap, come per tutti i golfisti professionisti, dovrebbe essere l’unico requisito che delimita la partecipazione ai tornei, indipendentemente dalla disabilità, nelle gare internazionali. Pensa che si arriverà a questa situazione?

Penso che si arriverà a questa situazione. Per le gare, il netto, secondo me, dovrebbe cominciare avendo la sua visibilità in gare come il Challenge, mentre i giocatori professionisti dovrebbero concentrarsi sull’European Tour. L’inclusione va bene ma ognuno deve fare la sua parte nel processo di far crescere l’interesse nella nostra categoria di sport. Andando alle gare dell’European tour, noi giocatori paraolimpici professionisti possiamo mostrare il nostro gioco di alto livello, fare vedere al pubblico cosa siamo in grado di fare, affascinare le persone, trovare sponsor e che le nostre gare diventino un prodotto sempre più appetibile e con maggiori investimenti. Questo beneficerà non soltanto le gare dell’European tour ma anche le nostre gare in tutti i livelli, incluso il Challenge. Se i giocatori di élite del G4D fanno gare al massimo livello, il nostro circuito sarà sempre più appassionante. Noi professionisti paralimpici cerchiamo di vivere delle sponsorizzazioni che riusciamo a trovarci e che abbiamo grazie alle nostre performance negli eventi del G4D. Prima avevamo un programma di 8 o 9 gare e invece ora ci troveremo con 5 gare, il che diventa un po’ limitante per riuscire ad avere continuazione con gli sponsor e ad averne dei nuovi.

La settimana scorsa, il 9 dicembre, insieme all’irlandese Brendan Lawlor e allo spagnolo Juan Postigo Arce, ha vinto con 92 punti l’ISPS Handa All-Abilities Competition at World Champions Cup, sul campo del Concession Golf Club, a Brandenton in Florida, superando il Team International e il Team USA. Una vittoria molto importante e la chiusura di un anno pieno di bellissime esperienze per Lei, che l’hanno portato al quinto posto nel ranking mondiale. A livello personale come ha vissuto questo 2023? Quali sono le sue aspettative per l’anno prossimo? 

Il 2023 è stato un anno incredibile ed irripetibile per le tante cose belle capitate e per gli eventi che non ci saranno nel 2024 come la Ryder Cup o come gli europei che sono ogni due anni. Il 2024 chissà. Spero di dare il massimo e che piano piano si possa arrivare ad un tour vero e proprio per golfisti con disabilità con premi in denaro. Che abbia un montepremi come tutti gli altri tour, anche se magari piccolo all’inizio ma comunque sufficiente a farci vivere di quello che amiamo così da permetterci di poter competere per vivere, senza dover fare altri lavori. A livello personale, sono orgoglioso di fare il CT per una nazionale che è cresciuta anno dopo anno. Nel 2023 siamo riusciti a vincere il campionato europeo, io assoluto e gli altri due di categoria, e quindi tutti e tre campioni europei. Abbiamo avuto la nomina per il G4D della prima gara sul netto di quattro italiani su 10 ma purtroppo parteciperanno solo tre perché uno di loro avendo un 0,1 di handicap non ha potuto partecipare.

Quali sono le sue prossime gare e progetti futuri?

Sicuramente il Kenya e il World Tour, e poi dipenderà dalla classifica del World ranking dove ci sono 8 posti disponibili oltre ai due posti assegnati alle donne.

Se potesse esaurire un desiderio, quale sarebbe?

Il mio desiderio sarebbe arrivare ad essere il numero uno al mondo e avere un tour a montepremi per poter vivere di questo.

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