La qualifica di golfista gli va molto stretta. E per almeno due ragioni. La prima è che, con il numero di tornei ospitati nella sua scintillante bacheca, si è guadagnato più la qualifica di leggenda. La seconda sta nel fatto che stare tra i verdi campi dei vari tornei golfistici non è che una delle sue molteplici occupazioni. L’indimenticato commentatore Mario Camicia lo definì infatti un tempo “l’uomo dalle mille attività”. L’uomo ormai The Legend è Jack Nicklaus, soprannominato l’Orso d’Oro che, tra i capelli bianchi dei suoi ottantaquattro anni portati splendidamente, fa scintillare i ricordi di un’impressionante serie di vittorie.
Il suo palmares diluviale messo insieme sino al 2005, anno in cui ha appeso la mazza da golf al chiodo, gli ha permesso di varcare la porta di due Hall of Fame, la Florida Sport dal 1972 e la World Golf in cui ha fatto il suo ingresso nel 1974. Alle 73 affermazioni nel circuito PGA se ne aggiungono nove in quello del vecchio continente, tre in Australasia, 10 nel Senior PGA e altre trentuno in varie altre apparizioni. Nella sua argenteria scintillano con immutato splendore in modo particolare sei Masters (1963, 65,66,72,75 e 86), cinque PGA Championship (1963,71,73, 75 e 80), quattro US Open (1962,67,72 e 80) e tre British Open (1966 70 e 78). Memorabili restano le sue battaglie con gli amici- avversari Arnold Palmer e Gary Player. Con il primo ebbe la meglio negli US Open del 1962 dopo i playoff. Impressionanti furono anche le sue vittorie ai Masters del 1965 quando mise in fila gli immediati inseguitori, ovvero, appunto, Palmer e Player, di nove colpi e al PGA Championship del 1980 quando lasciò il connazionale Andy Bean a sette colpi. Ancora oggi nessuno è riuscito a soffiargli il trono in cui siede per il maggior numero di PGA vinti, ben 18. Nemmeno un’altra leggenda del mondo di mazze e field come Tiger Woods che si è fermato a quota quindici. Ed è quello stesso Woods del quale disse in un’intervista “io rappresento il passato, lui il futuro” in un ideale passaggio di testimone. Un autentico mostro sacro del golf , ma anche un elemento di vanto per gli Stati Uniti. Tanto che, nel 2005, l’allora presidente George W. Bush gli conferì l’onorificenza della medaglia presidenziale della libertà.
Dopo avere accantonato il golf giocato, l’Orso d’Oro si è immerso in una montagna di attività, dalla progettazione di percorsi alla scrittura di manuali per aspiranti golfisti sino all’istituzione di un torneo suo, il Memorial Tournament e si è persino cimentato come conduttore televisivo nella serie 100 Greatest All The Time andata in onda nel 2012 su Tennis Channel. E, siccome buon sangue non mente, il “virus” sportivo di Nicklaus si è trasmesso al giocatore di football americano Nick O’ Leary. Il golf, per lui, è sempre stato innanzitutto un fatto di filosofia mentale. La questione non si riduceva per lui a effettuare un semplice tiro colorandolo di precisione, ma nella sua rigorosa pianificazione, fin quasi ai limiti della maniacalità: “non ho mai fatto un tiro – ebbe a spiegare un tempo- neppure durante gli allenamenti, senza averne un’immagine chiara e definita in testa”.
Più forte di ogni avversità, Nicklaus. Sul campo da golf come nella vita. E’ il caso, per esempio, di quando nel 2020 fu colpito dal Covid insieme con la moglie. “Si lo ammetto – dichiarò in un’intervista alla CBS – siamo stati fortunati” quando riuscì a guarirne. Con Palmer, scomparso nel 2016, e Player, i suoi due maggiori rivali dei tempi d’oro, ha sempre intrattenuto un rapporto di grande amicizia al di là del necessario spirito di rivalità sul field. “Ho sempre considerato Arnold un mio amico – disse Nicklaus – certo avevamo delle differenze ed eravamo rivali sul campo, ma siamo rimasti assolutamente amici”. Quanto all’amicizia con Player, indelebile resta un abbraccio che i due si diedero l’11 aprile 2019 prima dei Masters di Augusta. Un’altra prima linea del golf statunitense di tutti i tempi, Tom Watson, rivelò un tempo al sito Golf 365 quale fosse, a suo avviso, il segreto della grandezza di Nicklaus sul campo. “Jack – disse- aveva il sistema di mantenere la stessa inclinazione della spalla all’impatto rispetto all’avvio tenendo gli occhi sulla palla, ciò che ha sempre fatto è stato congelare la rotazione delle sue spalle, ed è una buona mossa per iniziare il backswing”. Talento e tecnica, insomma, nell’Orso d’Oro hanno sempre convissuto senza conoscere fratture o momenti di crisi dandosi la mano a vicenda e trasformandolo in un campione di razza. Un uomo tutto determinazione e vittorie che, nella sua vita, ha anche riservato ad altri clamorosi no.
Gli annali rimbalzano al 2022 quando la LIV Golf cercò di coinvolgerlo e lui rispedì l’offerta economica sostanziosa che gli era stata fatta al mittente: “i sauditi – spiegò all’epoca – mi hanno offerto qualcosa come oltre cento milioni di dollari per fare un lavoro probabilmente simile a quello che sta facendo Greg Norman (asso golfistico australiano soprannominato “lo squalo bianco” vincitore in carriera di diversi tornei tra cui due British Open, ndr) , ho rifiutato, una volta verbalmente e una per iscritto perché ho detto che desidero restare con il PGA Tour”.
Alcuni suoi aforismi sul golf sono a oggi pietre miliari per chi desideri accostarsi a questa affascinante disciplina o migliorarsi: “il golf – ha affermato – è un gioco di rispetto e sportività e dobbiamo rispettare le sue tradizioni e le sue regole, è nato per essere uno sport di divertimento, la cosa fondamentale è la gestione dello swing sul campo, molti ragazzi possono colpire una pallina da golf ma non hanno idea sul come gestire quanto fanno con questa pallina”. E, alla fine, un invito perentorio: “occorre concentrarsi sui rimedi e non sui difetti”. Cuore, tecnica, passione, rispetto per l’avversario. Un poker che l’Orso d’Oro ha saputo sempre miscelare con grande maestria. Arrivando alle più alte vette.









