A volte, nei momenti che contano davvero, si torna alle certezze. L’83° Open d’Italia al Circolo Golf Torino, segna non solo un nuovo capitolo per il torneo, ma anche un ritorno significativo: quello di Donato Di Ponziano, richiamato a ricoprire il ruolo di Director of Operations dopo anni dalla sua ultima esperienza legata all’Open del 2012.
Una scelta che non è casuale, ma che racconta molto della necessità di affidarsi a competenza e conoscenza profonda dei meccanismi organizzativi di un evento golfistico complesso come l’Open. In un contesto sempre più esigente e competitivo, il “richiamo” di una figura già collaudata rappresenta una garanzia, ma anche un segnale preciso: quando il livello si alza, servono esperienza e affidabilità. È questa la linea seguita dalla Federazione guidata da Cristiano Cerchiai, una scelta che ha raccolto un consenso ampio e trasversale in tutto il movimento golfistico italiano. La sintesi, per molti, è semplice: finalmente l’uomo giusto al posto giusto. Non si tratta quindi solo di un ritorno, ma di una chiamata mirata. Perché certi ruoli, nei momenti chiave, non si improvvisano.
Donato, dieci edizioni dell’Open d’Italia organizzate in passato non sono solo esperienza, sono quasi una “scuola”. Ma ti faccio una domanda diretta: rifaresti tutto allo stesso modo o oggi cambieresti radicalmente qualcosa?
“Cambierei molto, ed è giusto così. Ogni edizione ti insegna qualcosa che la precedente non poteva darti. Se rifacessi tutto allo stesso modo vorrebbe dire non essere cresciuto. Oggi ho un approccio più strutturato, più orientato al dettaglio e soprattutto più consapevole dell’importanza dell’esperienza complessiva, non solo del torneo in sé. Però una cosa non cambierei: l’attenzione quasi maniacale per ciò che può fare la differenza, anche quando non si vede. Credo poi che uno dei miei compiti principali sia quello di esprimere un evento che segua le mire e le aspettative della FIG e dei golfisti italiani da cui è giusto raccogliere indicazioni.”
Dieci anni vissuti all’interno del board della Ryder Cup, sono un osservatorio privilegiato. Ti chiedo senza giri di parole: quanto siamo ancora lontani, come sistema, da quel livello?
“Dipende da cosa guardiamo. Se parliamo di capacità organizzativa pura, non siamo lontani. L’Italia ha dimostrato nel 2023 con l’edizione al Marco Simone di poter stare a quel tavolo. Dove dobbiamo crescere ancora è nella continuità e nella mentalità: la Ryder Cup è un modello in cui ogni dettaglio è standardizzato, ogni processo è rodato. Non si lascia nulla al caso, mai. Quello che si impara da quel tipo di esperienza, è proprio questo: la cultura del dettaglio e della programmazione a lungo termine. Non basta essere bravi, bisogna esserlo sempre.”
Donato, partiamo dall’inizio. Cosa succede davvero nei giorni prima di un Open?
“Succede tutto. È il momento in cui ogni elemento deve incastrarsi: logistica, campo, accoglienza, sicurezza. Non esiste più margine di errore. Ogni decisione pesa.”
E la notte prima del via? Si dorme?
“Poco. Ma non per ansia negativa. È concentrazione. Ripassi mentalmente tutto, anche ciò che hai già controllato dieci volte”.
Quando hai capito che il tuo posto era “dietro le quinte” e non solo sul campo?
“Quando ho realizzato che mi appassionava costruire qualcosa che venisse apprezzato da tanti. Il golf giocato o insegnato è una parte stupenda, l’organizzazione ha un fascino diverso, altrettanto complesso e gratificante, alla fine è una stupenda strada professionale che il golf ti mette a disposizione”.









