Su Severiano Ballesteros è stato scritto praticamente tutto. Le vittorie, i cinque Major, i colpi impossibili, la Ryder Cup, il genio, il carattere, il carisma. Tutto. Ed è anche giusto così, perché Severiano non è stato soltanto uno dei più grandi giocatori della storia: è stato un pezzo di storia del golf stesso.
Ma forse proprio perché su di lui è già stato raccontato quasi tutto, oggi mi viene voglia di raccontare qualcosa di diverso. Non tanto il campione visto da fuori, quanto le sensazioni che riusciva a trasmettere a chi, come me, ha avuto la fortuna di incrociarlo da vicino. Io ho avuto la fortuna di condividere con lui il field in tre occasioni: due Open d’Italia, La Mandria 1999, Gardagolf 2003 e Madeira 2000. Non eravamo nello stesso team di partenza, ma bastava sapere che lui fosse lì per cambiare completamente l’atmosfera di un torneo.
Ricordo ancora Madeira. Un pomeriggio, durante la pratica, Severiano si sistemò dietro di me sul range. Io continuai a colpire qualche palla, ma dopo pochi minuti mi fermai. Mi sedetti su una piccola montagnola dietro di lui e rimasi semplicemente a guardarlo praticare. Guardavo ogni movimento, il ritmo, l’intenzione, la presenza. Ero un professionista anch’io, eppure in quel momento mi sentivo come un ragazzino davanti a qualcosa di immensamente più grande. Quando lui terminò la sessione, solo allora ripresi a colpire le mie palline. Praticare accanto a lui, nello stesso momento, mi sembrava quasi irriverente.
Ricordo il rumore del contatto della palla, il modo in cui costruiva ogni colpo, la naturalezza con cui occupava lo spazio attorno a sé. Alcuni campioni trasmettono tensione. Lui trasmetteva grandezza.
La sera, poi, restammo sul putting green più del previsto. Eravamo rimasti praticamente solo noi due, aspettando la navetta che ci avrebbe riportato in albergo. La luce stava calando, il campo era quasi vuoto e il silenzio aveva quell’atmosfera particolare che solo i campi da golf riescono ad avere a fine giornata.
Sarebbe stata l’occasione perfetta per avvicinarmi, presentarmi, scambiare due parole con il giocatore che avevo ammirato per anni. Non lo feci. E non per semplice timidezza. Era soggezione. Quella soggezione autentica che si prova davanti alle figure che hanno segnato il tuo immaginario sportivo. Avevo davanti uno dei più grandi giocatori della storia europea, un uomo che per noi rappresentava quasi il golf stesso, e mi mancò il coraggio di interrompere quel silenzio con un semplice: “Ciao Seve”.
Col tempo ho capito che quello è rimasto uno dei più grandi rammarichi della mia carriera. Non un colpo sbagliato, non un torneo perso, ma un’occasione mancata. La possibilità di conoscere, anche solo per pochi minuti, una figura che per me era mitologica. Forse è anche questo il bello dello sport. Ci sono persone che riescono a restare irraggiungibili persino quando sono a pochi metri da te.
Oggi, ripensandoci, quasi sorrido. Perché il professionista adulto che stava giocando un torneo del Tour tornò improvvisamente bambino davanti al suo idolo. Ed è forse proprio questo il segno dei veri campioni. Non solo quello che vincono, ma ciò che fanno provare agli altri.
Quando Severiano Ballesteros se ne andò nel 2011, il golf perse molto più di un Hall of Famer. Perse una parte della sua anima romantica. Quella capace di far credere che da qualsiasi posto, anche dal più impossibile, si potesse sempre inventare un colpo straordinario. E forse, in fondo, è per questo che ancora oggi il suo nome continua ad avere qualcosa di diverso. Perché alcuni campioni appartengono alle statistiche, altri appartengono alla memoria.









