È quasi il tramonto in una Domenica di metà Aprile ad Augusta, città della contea di Richmond nello stato della Georgia, e il nuovo vincitore del Masters Rory McIlroy sta ricevendo sulle proprie spalle la famosa Green Jacket direttamente dalle mani del numero uno al mondo e campione in carica uscente Scottie Scheffler. Non sta avvenendo “solamente” la tradizionale investitura caratteristica della celebrazione finale del torneo ma, anzi, si sta realizzando il culmine di un lungo viaggio che ha avuto origine più di 30 anni fa nel salotto di una casa medio borghese in un villaggio di circa 12 mila abitanti in Irlanda del Nord, chiamato Hollywood; la finestra temporale tra l’inizio e la fine di questo viaggio accoglie in sé tutta la natura umana, con i suoi slanci e i suoi arresti, la sua bellezza e la sua fragilità.
Ma partiamo proprio dalla fine, ovvero dall’esatto momento in cui il nostro nuovo campione nord-irlandese indossa il simbolo che ogni golfista professionista nella sua vita spera almeno una volta di ricevere, e cioè la giacca verde. In questo caso ci viene in aiuto la cinesica (branca della psicologia sociale), che spiega come il linguaggio umano si componga sia di un aspetto verbale che non verbale, il quale permette di comunicare emozioni o atteggiamenti attraverso gesti, espressioni facciali e postura, per integrare ed amplificare il messaggio che si vuole veicolare. Infatti, basta notare tutti questi aspetti nella figura di McIlroy per arrivare a comprendere quanto questo momento rappresenti per lui il coronamento di un sogno, un’attesa lunga un’intera esistenza e il raggiungimento di un traguardo dopo un lungo viaggio durato più di 10 anni.
Come ci viene raccontato nei classici della Letteratura, l’eroe greco Ulisse dovette attendere 20 anni di prove, ostacoli e peripezie prima di poter tornare nella sua Itaca per riconquistare i suoi affetti, parallelamente così anche Rory ha dovuto superare numerose difficoltà per poter arrivare fin qui. Sollievo, gioia, felicità, soddisfazione e gratificazione: questi sono alcuni dei sentimenti di ciò che sta provando, perché la vittoria del Masters di Augusta gli ha permesso di vincere un altro torneo Major dopo ben 11 anni (l’ultima volta fu il PGA Championship al Valhalla Golf Course nel 2014) e, soprattutto, di entrare nell’Olimpo golfistico con la conquista del Career Grand Slam, ovvero la vittoria di tutti e 4 i Major insieme a Sarazen, Hogan, Player, Nicklaus e Woods.
Non fraintendiamoci, però, riguardo a questa immagine gloriosa e idilliaca; i mezzi che gli hanno permesso di raggiungere questo fine non sono stati clementi con lui e hanno portato in dote un prezzo notevolmente alto da pagare. I tanti anni di astinenza dalla vittoria di uno di questi 4 tornei e i continui fallimenti ad Augusta stavano per portare Rory all’esasperazione, tanto alta era la sua ambizione e la sua voglia di raggiungere i suoi idoli di infanzia; inoltre, fuori dal campo ha dovuto attraversare momenti difficili nella sua vita privata e nel continuato lavoro sul miglioramento della sua forma fisica.
È proprio qui che ci viene in aiuto James Joyce, scrittore irlandese (non a caso) a cavallo tra Ottocento e Novecento, in grado di consegnarci tutto l’arcobaleno di emozioni umane attraverso i suoi personaggi carichi delle loro ansie, preoccupazioni e costanti prove da superare nella loro vita quotidiana. Il parallelo tra costoro e l’eroe greco di Ulisse prende forma esattamente nella figura di McIlroy, immerso nell’infinita ricerca della perfezione e del miglioramento continuo nelle sfide quotidiane con se stesso. Infatti, proprio come avviene nell’Ulisse omerico, anche in quello “joyciano”, l’eroe rappresenta l’avventura dell’uomo nel mondo e il protagonista, viaggiando, costruisce la propria identità, arricchendosi delle diversità con cui entra in contatto senza però risultarne distrutto o assorbito. Il flusso di coscienza che accompagna l’opera di Joyce si attualizza nell’ultimo round di quella Domenica, iniziata con due colpi di vantaggio per Rory sui propri diretti avversari; da qui inizia una montagna russa piena di emozioni che lo porta a combattere con le proprie ansie e paure, le quali culminano con il mancato approccio al green al par 5 della buca 13 con 3 colpi di vantaggio, ritrovandosi invece, dopo aver scontato le penalità, ad averne solamente uno con 5 buche ancora da giocare.
Ciò che ha permesso al giocatore nord-irlandese di non abbattersi e di continuare ad esprimere il suo miglior golf (come lo straordinario secondo colpo alla buca 15) è stata una grande forza interiore e un’ambizione che lo ha accompagnato fin dai primordiali swing con la mazza che suo padre gli mise in mano nei suoi primi anni di vita nella loro casa di Hollywood; è qui che il destino fa la sua comparsa e fa sentire tutta la sua forza catartica in grado di far incontrare ciò che è con ciò che deve diventare. In quel 13 Aprile, Rory si è tolto un peso che portava con sé da troppo tempo e che, erroneamente, lo faceva percepire in maniera assurda come un incompiuto a metà; questo suo 2025 gli ha portato in dote anche la vittoria di una Ryder Cup in terra straniera (precisamente al BethPage Black Course di New York), fatto che non accadeva da 13 anni, e dalla sua settima Race to Dubai superando il suo idolo Seve Ballesteros, fermo a quota 6. I traguardi raggiunti rappresentano la testimonianza di qualcosa di più profondo che nasce dentro il cuore di ogni uomo e Rory McIlroy in questo 2025 ne ha dato piena testimonianza, divenendone il golfista più rappresentativo in grado di riscrivere le pagine di storia.









