Oggi è cominciato il 154°The Open, in programma dal 16 al 19 luglio in Inghilterra, al Royal Birkdale Golf Club di Southport, con gli azzurri Francesco Molinari e Francesco Laporta in campo. In Inghilterra si gioca quest’ultimo major della stagione con Scottie Scheffler defending champion, calando così il sipario sui Major del 2026. Dopo le vittorie di Rory McIlroy nel Masters, di Aaron Rai nel PGA Championship e di Wyndham Clark nello US Open, sono tanti i pretendenti alla Claret Jug, che nel 2018 fu alzata al cielo da Francesco Molinari.
L’organizzazione del The Open è un perfetto esempio del paradosso del golf moderno dove è evidente la metamorfosi degli eventi golfistici che evolvono velocemente verso l’industria dei grandi spettacoli. Purtroppo, questa metamorfosi potrebbe far perdere la propria identità dello sport cancellando l’anima del gioco in nome del profitto.
Il golf professionistico sta vivendo una profonda trasformazione. Quello che un tempo erano gare vissute con sobria e romantica modestia si è oggi trasformato in una macchina da intrattenimento globale e multimilionaria, allontanandosi progressivamente dalle sue radici.
Un tempo, i protagonisti dei grandi tornei erano liberi professionisti guidati principalmente dalla passione per il gioco, dal desiderio di vittoria e dal prestigio del riconoscimento. Nonostante fossero i migliori interpreti della disciplina, usavano gli stessi spogliatoi comuni che avevano sempre usato all’interno dei campi e si muovevano con naturalezza tra gli spettatori arrivati nelle clubhouse o nei ristoranti locali, spesso senza badare a essere riconosciuti. Non era raro, al crepuscolo, incrociare uno di loro intento a giocare le ultime buche della giornata insieme ad appassionati del posto. Anche il pubblico viveva l’evento con semplicità: i tifosi si accampavano poco lontano per entrare all’alba e i negozi di merchandising erano soltanto modesti punti vendita. Soprattutto, non esistevano barriere economiche a stabilire quanto un appassionato potesse avvicinarsi al campo da gioco ma ora invece l’accesso a certe aree ha un prezzo e tutto all’interno del campo è diventato un business.
Organizzazioni storiche come la R&A sembrano aver ricalcato il modello economico del Masters, strutturando un’offerta commerciale che spazia dal whiskey ai pacchetti turistici, dalle carte di credito all’alta orologeria. I giocatori fanno il loro ingresso sui tee di partenza a bordo di auto di lusso, esposte e vendute durante l’evento stesso. L’area dedicata al merchandising ha assunto le dimensioni di un grande magazzino. Anche l’esperienza del pubblico è stata rigidamente monetizzata e suddivisa in categorie tariffarie: pacchetti che vendono diversi livelli come “Signature”, “Platinum”, “Premium” e “Select” stabiliscono, in ordine decrescente, quanto lo spettatore sia autorizzato ad avvicinarsi all’azione. L’accesso ad aree riservate come i “Clarets” (il locale che domina il green della 17ª buca), i posti riservati in tribuna, le sessioni esclusive di domande e risposte con i campioni, fino alla possibilità di fotografare la storica Claret Jug o accedere alla zona autografi: ogni singolo momento è stato trasformato in un servizio premium riservato a pochi.
Questa spinta commerciale non si limita a trasformare l’atmosfera del torneo, ma incide anche direttamente sull’architettura stessa dei percorsi che vengono modificati per favorire un maggiore numero di spettatori. La progettazione di un campo da golf non è una semplice sequenza di buche, bensì un disegno organico che dialoga con il paesaggio circostante. Il ritmo, le distanze e la conformazione del terreno rispondono a una precisa filosofia che mira a creare un’esperienza di gioco armonica. Modificare tratti di questo delicato ecosistema per agevolare il flusso del pubblico e massimizzare i ricavi commerciali significa dare vita a veri e propri campi “Frankenstein”, i cui ridisegni forzati ne denaturano la loro essenza originaria.
Una deriva sottolineata anche dal campione Scottie Scheffler che, riferendosi recentemente alle modifiche apportate all’Old Course nel 2017, ha dichiarato: “È evidente riconoscere quali buche siano state rifatte, perché sembrano appartenere a un campo completamente diverso”. Le ragioni di questi interventi sono puramente economiche. Nel 2017, l’Open Championship registrò il record di 230.000 spettatori. Oggi le previsioni stimano una crescita del 30%, puntando a superare le 300.000 presenze complessive. Più biglietti venduti significano più merchandising e maggiori ricavi, ma sollevano un interrogativo cruciale: questo modello sta elevando o impoverendo l’essenza del golf?









