Con questo articolo inauguro una nuova rubrica dedicata al rapporto tra visione e sport, vista attraverso gli occhi, è il caso di dirlo, di chi allo sport deve molto della propria storia personale e professionale. Racconterò ciò che lo sport mi ha insegnato, come ha influenzato il mio modo di operare e perché la precisione richiesta in un intervento di chirurgia refrattiva assomiglia, più di quanto si pensi, a quella di uno swing perfetto.
Sono uno sportivo nato, lo sono tuttora e, ne sono certo, lo sarò per sempre. Non potrei immaginare la mia vita senza lo sport. Lo dico spesso ai miei pazienti: non sono un oculista che fa sport, ma uno sportivo prestato all’Oculistica. Forse è per questo che una parte importante dei risultati ottenuti nella mia carriera chirurgica deriva proprio dal mio passato agonistico. Ho sempre creduto che lo sport, vissuto ad alto livello, lasci un’impronta profonda: disciplina, sensibilità, precisione del gesto, capacità di leggere il movimento e anticiparlo. Tutte qualità che, sorprendentemente, ritrovo ogni giorno anche in sala operatoria, dove ogni intervento richiede la stessa combinazione di controllo, ritmo e accuratezza millimetrica che lo sport agonistico mi ha insegnato. Lo sport che più mi ha segnato è stato il basket: è con la palla a spicchi che ho vissuto gli anni più intensi, fino ad arrivare a giocare in Serie B.
Ma il golf, lo ammetto, è stato il vero colpo di fulmine. Una distesa verde al posto delle quattro mura del palazzetto dello sport, condizioni metereologiche sempre diverse ma soprattutto il fascino di avere come avversario da battere te stesso. Silenzio, respiro, concentrazione. Un mondo che ti chiede di essere preciso, paziente, mentalmente presente. Un mondo in cui ogni colpo è una storia, e ogni buca un nuovo capitolo. Il contrario di ciò a cui ero abituato… ed è forse proprio per questo che me ne sono innamorato. È iniziato tutto con un ferro 7, qualche “flappa” e qualche “rattone”, come da copione. Poi quella prima palla colpita piena, quel suono inconfondibile che dà dipendenza. E lì capisci che sei perduto: sei già un golfista.
Come tutti, ho attraversato alti e bassi, fino a una pausa forzata di sette anni (complice un divorzio in stile La guerra dei Roses) e un lavoro che cresceva vertiginosamente: congressi, ricerche, nuovi laser da testare, protocolli da ottimizzare, interventi a ritmi serrati. Un vortice affascinante ma totalizzante. Poi, come in ogni storia ben scritta, arriva il momento della svolta. Un nuovo equilibrio, una nuova compagna (hcp 36), un nuovo capitolo e il ritorno al golf, condiviso, atteso e finalmente possibile, insieme all’altra mia grande passione: lo sci.
Da anni trascorro buona parte della mia vita professionale a Milano, ma il golf mi accompagna anche nella mia “seconda patria”, la Francia. E cosi qualche anno fa è arrivata la decisione di iscrivermi al Golf di Castelconturbia, uno dei campi più belli d’Italia. Il libro del mio golf non era chiuso: era solo riposto in biblioteca. Oggi, quelle pagine sono tornate aperte, pronte per essere riempite.
La visione nello sport: quando un chirurgo rimane un atleta
Chi pratica il golf lo sa meglio di chiunque: la vista non è un dettaglio. È concentrazione, è lettura del green, è percezione della distanza, è sensibilità nel seguire la palla in volo. È performance. È proprio la mia esperienza da sportivo, prima ancora che da chirurgo, che mi ha portato a sviluppare un protocollo dedicato agli atleti: un approccio che combina le tecniche refrattive più evolute con una valutazione funzionale della visione sportiva.
L’ho chiamato PSP (Personal Sportsman Profile). Nasce per chi deve fidarsi al 100% dei propri occhi: sciatori di Coppa del Mondo, calciatori, tennisti… e sì, anche golfisti. Perché un intervento non deve soltanto correggere un difetto refrattivo: deve ottimizzare e stabilizzare qualità e quantità visiva, migliorare la sensibilità al contrasto e la resa dinamica. Tutte caratteristiche decisive nel gesto atletico. Anche per questo considero la chirurgia refrattiva un gesto tecnico che assomiglia molto allo swing: precisione, controllo, fluidità, ripetibilità. Ogni intervento deve essere identico al precedente, ma allo stesso tempo perfettamente calibrato sulla persona che hai di fronte.
Il golf, come la chirurgia, è un dialogo continuo tra mente, corpo e percezione. E forse è proprio questo il filo rosso che ha unito la mia vita da sportivo a quella da chirurgo. Il mio libro golfistico è di nuovo aperto. Le pagine già scritte raccontano un percorso fatto di passioni che si intrecciano. Quelle ancora bianche aspettano solo di essere riempite, un colpo e un intervento alla volta.









