Durante i vent’anni che ho passato sul a una vera e propria svolta nel modo di vivere e di giocare sul circuito. Tra il 2000 e il 2020 l’evoluzione è stata molto interessante. Da un lato, il golf femminile è diventato sempre più “femminile” nell’aspetto: outfit più ricercati, gonne sempre più corte (a volte anche un po’ troppo…), unghie lunghe super smaltate e trucco. Insomma, con il passare degli anni le nuove generazioni stanno prestando maggiore attenzione al look, e ritengo che questo sia un fatto positivo. Se è vero che vogliamo offrire uno spettacolo che attragga un numero maggiore di spettatori, anche l’occhio vuole la sua parte, e penso sia giusto avere un aspetto curato. Dopo tutto il campo da golf è il nostro luogo di lavoro ed è importante mostrarsi al meglio. In contrapposizione a questa apparenza più frivola però, la sostanza si è evoluta in tutt’altra maniera: l’aspetto tecnico e il gioco sono diventati decisamente più “maschili”.
Come è accaduto per i nostri colleghi uomini dalla generazione di Tiger in poi, anche da noi la generazione di Annika Sörenstam ha portato in primo piano l’importanza di una preparazione molto più completa, che includa l’aspetto tecnico, ma anche quello mentale e fisico. Sui vari Tour, mental coach e preparatori atletici hanno cominciato ad affiancare gli allenatori sempre più spesso, mettendo l’accento sul fatto che anche le golfiste devono essere atlete a tutto tondo. Si lavora in campo pratica utilizzando tutti i possibili aiuti dalla tecnologia, con lo scopo principale di aumentare la velocità e tirarla sempre più lunga. Le giocatrici passano ore ad allenarsi per migliorare la loro condizione fisica. Quando sono arrivata sul Tour, diverse colleghe non avevano mai messo piede in una palestra, oggi sarebbe impensabile. Il progresso, anche per quanto riguarda l’attrezzatura, gioca un ruolo molto importante: avere i bastoni e le palline più appropriati alle proprie caratteristiche può fare una grande differenza. Se prima la potenza era un dato importante, ma non poteva andare a discapito della precisione, penso che i ruoli si siano invertiti. Anche l’approccio all’insegnamento è cambiato. Quando ho iniziato a giocare, mi veniva detto che la cosa più importante era tirarla dritta e avere un gioco pulito; solo dopo aver acquisito una discreta tecnica ci si preoccupava della velocità.
Oggi invece si comincia col tirare più forte possibile, e successivamente si aggiustano i problemi di direzione e impatto. Tutto questo lavoro ha in effetti prodotto un consistente miglioramento delle statistiche sulle distanze. Oggi, la media del driving distance sul Ladies European Tour si avvicina ai 260 yards; nel 2025 con una media di 240 yards ci si trova al 180° posto nella classifica. Se prendiamo ad esempio il 2010, con 240 yards si entrava nel top 100. Andando a curiosare un po’ nelle statistiche del LET, sono però rimasta abbastanza sorpresa dal fatto che questo aumento della potenza non abbia prodotto una differenza significativa nella media score. Prendendo come riferimento sempre 2025 e 2010, le medie score della numero 1 e della numero 50 sono sostanzialmente le stesse per entrambi gli anni. Forse i campi sono leggermente più lunghi, sebbene nelle mie recenti trasferte come allenatrice non ho notato una grande differenza rispetto a quando giocavo.
Credo invece che il vero cambiamento sia che il golf femminile moderno è diventato più aggressivo e più spettacolare. Il dato che più rispecchia questa visione differente del gioco, è quello sul numero di birdies per giro, che è passato da una media di 2,6 nel 2000, ad oltre 3,8 nel 2024. Insomma, dalla mia prima stagione sul Tour nel 2002, ho visto con grande orgoglio il golf femminile crescere e diventare sempre più bello da vedere, con atlete sempre più forti e preparate, e che merita tutto il suo spazio nel panorama sportivo e nel cuore dei tifosi.









